ActivCinema presenta Marco Ferreri, La Grande abbuffata
di Marco Santello
Marco Ferreri, la grande abbuffata la grande abbuffata
La Grande abbuffata, di Marco Ferreri

Apice della carriera dell'estremo e provocatore Marco Ferreri, La Grande bouffe si annovera tra i film più aspri di tutta la produzione cinematografica italiana, ma non solo. Storia di quattro amici della "buona società" che decidono di prendersi una sorta di vacanza in una antica villa nei dintorni di Parigi con lo scopo di lasciarsi trasportare dai piaceri della carne e della gola. La volontà di evadere li porterà all'autodistruzione, a chiudersi cioè in una gabbia senza vie di fuga, prigionieri della propria abulia-bulimia che potrà trovare soluzione solo in un epilogo tragico. Mai compassione, mai vera comprensione né da parte di Ferreri né da parte del co-sceneggiatore Rafael Azcona che riescono a tratteggiare personaggi tanto surreali quanto rappresentativi della degenerazione morale e spirituale della borghesia, corrotta dalla cronica incapacità di agire di chi fa del troppo la sua unica ragione di essere.
Ebbene, è forse TROPPO la parola che ci può permettere di indagare in profondità questa pellicola poco permeabile ad una prima analisi ma in realtà traboccante di spunti di riflessione sulla vita e sul rispetto di limiti, valicati troppo spesso a cuor leggero. Troppe sono le pietanze che si costringono a ingurgitare, troppa è la sessualità sporca e contaminata che i protagonisti venerano, troppi i punti di rottura, le forzature fisiche- che poi corrispondono a forzature narrative- di cui appunto non si riesce a intravedere il limite fino a che non è Troppo tardi per tornare indietro. Alla luce di questo Troppo si può capire l'urlo di disperazione del regista: un "bastaaaaaaaaa!" che mette in evidenza sì la vena di pessimismo tipica di Ferreri ma anche e soprattutto l'impellente esigenza di lentezza, di pace, di un giusto mezzo, del recupero di un bioritmo smarrito lungo la strada dello pseudo-progresso consumistico. È giusto quindi interpretare il film con i nostri parametri critici, rivivendo la rabbia del regista e dei suoi straordinari attori attraverso il nostro modo di dissentire rispetto alla società, diversissima dopo soli trent'anni eppure così simile.
Grottesco vuol dire assurdo, inconoscibile e iperconoscibile in quanto rovesciamento delle più stupide e triviali banalità, gioco dei contrari autoreferenziale. Ecco perché allora temi e metodi cinematografici in Ferreri formano un tutt'uno organico, inscindibile: pesi che reggono un equilibrio perfetto di narrazione e struttura narratologica e che ci permettono di parlare de La grande Bouffe come di un vero capolavoro del cinema.
Tanti sono gli aggettivi, le perifrasi per provare a descrivere questo film che oscilla tra humour nero, acre moralismo, satira, grottesco, dramma, commedia, apologia…… ma sicuramente un aggettivo si addice agli interpreti: straordinari. Ognuno nel proprio ruolo, chi giudice, chi ristoratore, chi pilota, chi produttore televisivo, è riuscito a riprodurre sullo schermo un mondo, una diversa sconfitta esistenziale che porterà tutti alla morte, verso la quale saranno accompagnati da Andréa Ferréol più volte definita dalla critica spirito carontico, angelo della morte, vera summa di lussuria e ingordigia.
Altro punto importante collegato alla parola-chiave Troppo è il discorso sul superamento dei limiti: fisiologici, spaziali ma soprattutto rituali. Come in un grande e collettivo rito di passaggio, il momento carnevalesco di inversione di ruolo -per dirla in termini sociologici- è portato a un punto tale da non prevedere la possibilità del ristabilirsi dell'equilibrio iniziale, ma soltanto la fine di tutto in una condizione di liminalità, di incertezza, di non-luogo, non-status sociale, non-realtà, non-vita! Quella villa rimane simbolo del distaccamento rituale dalla società, isolamento e solitudine esistenziale dell'uomo contemporaneo, incapace di stabilizzarsi, di (con)tenersi entro i giusti limiti comportamentali ed etici. Ecco che si capisce come la privazione di senso propria della corruzione borghese faccia il paio con la perdita di senso della narrazione filmica, incapace di contenere razionalmente la follia del Troppo e quindi deviata verso il grottesco che alla fine risulta però essere il mezzo perfetto per rappresentare la (sur)realtà contemporanea.

La Grande abbuffata, 1973 di Marco Ferreri, con Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Michel Piccoli, Philippe Noiert, Andréa Ferréol, Solange Blondeau, Florence Giorgetti, Michèle Alexandre, Monique Chaumette

Marco Santello

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