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film noir italiano

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ANCHE GLI ITALIANI FANNO FILM NOIR

di Americo Sbardella

E allora, esiste il noir in Italia?
Si può fare questa domanda, perché tra noi, i cinefili,
i veri fanatici, quando si parla di film noir,
sono il cinema americano e, in seconda battuta, quello
francese ad essere sul banco degli imputati.
Titoli e nomi si confondono, cozzano tra loro come
le palline dei biliardini tascabili.
Ma in Italia? Mah!
Sorrisi condiscendenti, sì, certo, a cercar bene
si trovano Germi, il primo Lattuada, Lizzani …
Ancora un piccolo sforzo!
Eh! … Petri! È tutto?
Ah! ma anche il Visconti di Ossessione,
l’Antonioni del Grido e di Cronaca di un amore,
un certo Risi, Monicelli perfino, Di Leo, Lenzi,, i registi
del poliziesco-noir di denuncia, Rosi e Damiani,
per non parlare poi di Freda, Bava ed Argento,
quando si sono tenuti a distanza dal soprannaturale.
E oggi? Infascelli, Salvatores, Placido ...
Finalmente! Ne abbiamo di gente …
E se si considera la produzione nazionale dal dopo-
guerra ai nostri giorni, è facile constatare che il
film noir, il poliziesco-noir e la commedia nera
hanno rappresentato una percentuale considerevole del
cinema italiano. Centinaia di film, nel bene e nel male …

Michel Lebrun, Cahiers de la Cinémathèque, n. 25

(La nota, dedicata al polar francese, è stata ‘adattata’ al cinema noir italiano)
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il grido, M. AntonioniIn Italia, quando si parla di noir, si ha subito la tendenza a pensare al cinema americano, poi a quello francese; qualche cinefilo può concedere al massimo d’inserire nella lista qualche film inglese, L’occhio che uccide di Powell, per esempio, Eva di Losey o alcuni film prodotti dalla Hammer.
Qualcosa di simile avveniva negli anni sessanta per l’horror. Il cinema italiano in quel periodo proponeva generalmente un horror diverso, più realistico, quindi più vicino al noir, popolato non da mostri o da esseri soprannaturali ma da personaggi reali, psichicamente e fisicamente devastati da conflitti interiori insanabili.

A proposito dell’uscita italiana de I vampiri, un film del 1960 che ebbe un notevole successo in Francia, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ma non in Italia, e che dette inizio al fortunato filone del “gotico italiano”, il regista, Riccardo Freda, racconta: “Ricordo che ero presente alla prima a San Remo. Molta gente entrava nella hall del cinema e si fermava a guardare le fotografie e a leggere i nomi. Quando arrivava al mio, esclamava: «Oddio, ma allora è un film italiano!» e se ne andava. In quegli anni il genere dell’orrore non si identificava con la possibilità che fosse un italiano a farlo. Proprio per questo, per evitare la preuscita o la non entrata del pubblico, non so come meglio etichettarle, mi cambiai nome e ne assunsi uno straniero,Robert Hampton”. (Riccardo Freda, Divoratori di celluloide, Il Formichiere, 1981, p.86.)
Eppure il film noir italiano esiste e ha offerto, e continua ad offrire perfino oggi, in un periodo di così grave crisi produttiva, un ampio e variegato ventaglio di proposte. Anche grandi autori, come Visconti, Antonioni, Germi, Lattuada, Ferreri, si sono cimentati con il noir, realizzando in alcuni casi autentici capolavori.
Certamente il cinema italiano, rispetto a quello americano e al francese, ha conosciuto con ritardo questo “genere”. Se si esclude Ossessione di Visconti, i primi film noir sono della fine degli anni quaranta. L’evoluzione del cinema noir, negli Stati Uniti e in Francia, ha sempre seguito quella della letteratura poliziesca e noir. In Italia, negli anni ‘30-‘40, il fascismo era ostile a questo tipo di letteratura e tollerava solo le traduzioni di alcuni autori stranieri, pubblicate da Mondadori, a partire dal 1929: i “romanzi gialli”, dal colore della copertina. In Italia, secondo la propaganda del regime, non esistevano più né ladri né assassini né tantomeno mostri perversi (la cronaca nera era in ogni caso bandita dai giornali). In tale contesto è evidente che difficilmente si sarebbe potuto sviluppare un filone di film noir o poliziesco-noir.
Nella seconda metà degli anni trenta in Francia, nel periodo del Fronte Popolare, si affermò invece il “realismo poetico” di Carné-Prévert e di Duvivier, un cinema che esaltava la rivolta individuale, metteva in scena gli emarginati, li comprendeva, trovava loro delle giustificazioni, anche se erano stati costretti al furto o all’omicidio, e denunciava i benestanti, i padroni, gli sfruttatori di ogni tipo. Il romanticismo dello stare ai margini e della mitologia della sconfitta trionfò nei noir del “realismo poetico”, più rappresentativi (Quai des brumes e Le jour se lève di Carné, sceneggiati da Prévert e interpretati da uno strepitoso Gabin, e Pépé-le-Moko di Duvivier, sempre con Gabin). Nello stesso periodo in Italia Mastrocinque realizzava L’orologio a cucù, un poliziesco ambientato nei primi anni dell’Ottocento e interpretato da uno spaesato De Sica, nella parte dell’investigatore. Diversi film del realismo poetico furono però distribuiti in Italia e influenzarono alcuni giovani registi. Atmosfere noir, torbide e sensuali, si possono ritrovare, per esempio, in Fari nella nebbia di Franciolini, del 1942, ambientato nel mondo dei camionisti, un film che per alcuni spunti tematici e visivi anticipa Ossessione di Visconti.

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