Jean Rouch, antropologia e cinema - by Activcinema Roma
Jean Rouch, antropologia e cinema

“Un regista deve avere le suole di vento, andare altrove, e riportare indietro, per gli altri, dei pezzi di tappeto volante.” Jean Rouch

 

ROMA FILMSTUDIO 2 • 2-10 APRILE 2005

Jean Rouch, antropologia e cinema - programma

Moi, un noirJean Rouch, nato a Parigi nel 1917, è morto in un incidente d’auto in Niger (8 febbraio 2004) mentre viaggiava di notte verso la capitale, Niamey, dove era stato invitato ad una rassegna cinematografica come ospite d’onore. Si era laureato in lettere e poi in ingegneria civile. Durante la guerra si era trasferito in Niger per costruire ponti e strade. Ed è in questo periodo che si avvicina all’etnografia e compie uno straordinario viaggio sul fiume Niger con una cinepresa 16mm, acquistata al mercato delle pulci. Inizia così a registrare cerimonie, feste, simboli e riti con un programma di documentazione scientifica (“antropologia visiva”). Nel viaggio rimane folgorato non solo dalla bellezza e maestosità dei grande fiume e delle foreste sulle sue sponde, ma anche dalla scoperta delle tradizioni “di gente che gli aveva insegnato cos’è il sorriso e il buon carattere”. Viene conquistato dalla joie de vivre e da quell’«umanesimo della socialità» che ritrova costantemente nei villaggi, in quel periodo. Da questo momento inizierà una grande trasformazione personale che lo farà diventare uno dei più grandi cantori e poeti dell’Africa profonda. E i suoi film, a loro volta, diventeranno come un ponte, attrarranno per bellezza e intensità e avranno lo scopo di far volgere gli Europei verso l’Africa, verso la sua vera natura, celata da secoli di pregiudizi, di luoghi comuni, di grande indifferenza, tutti atteggiamenti funzionali allo spirito di rapina del colonialismo e del neocolonialismo. Il suo primo film è dei 1947 (Au pays des mages noirs) seguiranno altri film, corti o lunghi, che documenteranno la quotidianità dei villaggi con storie aneddotiche, veloci, vivaci, spesso spiritose «come corsivi». In questi film il cineasta si avvicina a una particolare forma di narrazione che sarà definita «Cinéma Verité».
È Edgar Morin, che realizza con lui a Parigi nel 1960 Chroniques d’un été, a definire così per primo il suo cinema. Si è anche parlato di «cinema diretto», ma generalmente si preferisce riservare questa definizione a un certo cinema documentaristico americano degli anni ‘60 - ’70 che privilegia l’azione rispetto alla parola. Il suo sguardo è scientifico, obiettivo, ma, nello stesso tempo, partecipante, comprensivo ed è Rouch stesso che, a proposito della sua maniera di filmare (con una macchina leggera a mano e la registrazione del sonoro dal vivo), parla di «balletto in cui la macchina diventa viva come gli uomini che riprende». “Una sintesi tra le teorie vertoviane del cine-occhio e l’esperienza della cinepresa partecipante di Flaherty -aggiunge il cineasta- una ‘improvvisazione dinamica’ […]. Soltanto allora il cineasta-operatore penetra realmente il suo oggetto, non è più lui, ma un «occhio meccanico», accompagnato da un «orecchio elettronico». Ed è questo strano stato di trasformazione della persona del cineasta che io ho definito -conclude Rouch- per analogia con i fenomeni di possessione, la ciné-trance.”. Rouch, come Flaherty, il suo primo «antenato totemico» (l’altro «antenato totemico» è, ovviamente, Dziga Vertov) crede nel potere che ha la macchina da presa di vedere, oltre la possibilità dell’occhio umano, le qualità degli esseri e delle cose. Ed usa la parola «magia», per descrivere il suo modo di filmare che diventa così una «operazione alchemica». Forse per questo “le creature di Rouch -ricorda il suo amico Enrico Fulchignoni- già in apertura ci sono familiari e tuttavia si collocano nella notte dei tempi, vivono nel presente ma si situano all’origine di tutto; non smettono di affascinarci poiché, sotto le apparenze del visibile, restano in realtà inaccessibili …”. Sull’importanza della finzione, parlando di Jaguar, una delle sue opere più importanti, Rouch stesso ha dichiarato: “Credo che nel caso del documentario sociale, la sola maniera per fare qualcosa che non sia noioso è di ricorrere alla finzione. Io penso che soltanto la finzione possa dare una testimonianza veramente ricca della vita sociale; a due condizioni: che venga fatta in maniera sincera, che la finzione sia fatta in collaborazione con coloro che la recitano , il che è molto importante e –seconda condizioneche si conoscano perfettamente i fenomeni che si vogliono descrivere”. Meno poetico di Flaherty, meno sperimentale di Vertov, più narrativo di Ivens, Rouch è più vicino formalmente a Rossellini. Egli cerca infatti, come Rossellini, di mettere il cinema (le immagini, i suoni, i ritmi della vita) “al servizio della conoscenza”. Questa ricerca presuppone un nuovo rapporto con lo spettatore che viene stimolato ad essere consapevole, perfino critico nei confronti di ciò che passa sullo schermo e, al contempo, aperto e disponibile a vivere sentimenti reali che possono emergere nel film e dentro di lui. Rouch considerava il “cinéma direct” una risposta a Roma, città aperta, perché finalmente, come Rossellini, si poteva girare nelle strade, con il suono e la luce reali e con una cinepresa portatile. E si sentiva parte della Nouvelle Vague. Il suo infaticabile impegno di etnografo, cineasta, organizzatore è stato determinante per la nascita del cinema del Niger; per molti anni è stato l’unico punto di riferimento e l’unico sostegno per giovani cineasti di quel Paese. La sua influenza, non solo quella del suo cinema ma anche quella della sua persona, sulla Nouvelle Vague e sul suo modo di fare cinema è stata di grande importanza. Conosce Truffaut e Godard durante la proiezione alla Cinémathèque di una versione non montata di Moi, un noir. “Poi -ricorda Rouch- ho avuto la benedizione dei Cahiers du cinéma ... Ero il fratello maggiore, come Rossellini, ma alla fine eravamo una famiglia, la Nouvelle Vague”.
A prima vista Jean Rouch potrebbe apparire un artista, un cineasta intellettuale ma, in realtà, egli è il suo esatto contrario: la sua «adesione carnale» ai mondi che ci rivela ci fa penetrare in quella relazione, dura ma esaltante, sofferta ma conforme ad un’armonia cosmica, tra l’uomo e il suo ambiente «che costituisce il fondo, il tema psicologico della sua opera». (Fulchignoni) Egli riesce a rivelarci l’aldilà delle cose, a risalire i millenni e a farci immergere nell’«acqua vivificante » di miti considerati perduti. Il suo amico Enrico Fulchignoni, docente di psicologia ed alto funzionario dell’UNESCO, lo ha ritratto con queste parole: “Giovane, vivace, disposto ad allearsi con il diavolo, raffinato, divertente, mordace, generoso, l’esatto contrario del francese medio, insomma, Rouch invece rappresenta per me il francese tipo. Con la sua noncuranza, la sua vivacità, la sua gentilezza di stampo antico, le sue ampiezze - mai una caduta di stile, mai una mancanza di tatto - Jean Rouch ama la vita e ne è ampiamente contraccambiato. Egli è moderato ma senza avarizie, elegante ma senza ostentazione, amichevole ma senza indiscrezioni, gaudente ma senza eccessi… Finirà col passare la sua vita filmando e continuando ad avere fiducia nell’autenticità degli uomini e nella loro vera natura”_  a cura di Amerigo Sbardella

Jean Rouch, antropologia e cinema - programma

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