Andrei Tarkovskij - Sacrificio Andrei Tarkovskij

 

Andrei Tarkovskij - Sacrificio

Il signor Alexander vive sull’isola di Gotland insieme alla sua famiglia: un figlio piccolo, la moglie Adelaide e la figlia di primo letto di quest’ultima, Marta. Giornalista, critico letterario e teatrale, saggista, docente di estetica all’Università, nonostante il successo, Alexander, mano a mano che si avvicina la vecchiaia, è sempre più sprofondato nella cupezza delle proprie riflessioni intorno alla condizione dell’ essere umano. A Gotland era giunto pochi anni prima, con la moglie, e vi aveva acquistato una splendida dimora, immersa nel verde della natura di quel luogo stupendo, che sembrava allora tutto quanto si dovesse desiderare dalla vita. Poi gli era nato anche quel bambino che adesso costituiva tutta quanta la felicità che un uomo oramai avviato verso il declino poteva sperare.
Ma il tormento dei suoi pensieri è nondimeno lo stesso, se non addirittura maggiore di quando era giovane. Questo tormento lo assilla specie in occasioni particolari, come adesso che è il giorno del suo compleanno.
A passeggio in compagnia del figlio, che ha di recente subito un’operazione alle tonsille e che non è quindi in grado di parlare, Alexander si esibisce in un lungo monologo che va dalla riflessione intorno alla paura della morte fino all’errata concezione della vita che ne consegue e che ha dato origine a una cultura e una civiltà sbagliate. Sentiamo dai Racconti cinematografici di Tarkovskij alcuni brani di questo monologo:
“… Non c’è nessuna morte. C’è, è vero, la paura della morte, ed è una paura molto meschina, che induce molti a fare quello che gli uomini non dovrebbero fare … Ma immaginati un po’ come tutto cambierebbe se smettessimo di temere la morte … Se superassimo il terrore della morte … Anche se gli scienziati ritengono che si tratti di un terrore ineliminabile. Una specie di difesa … Un po’ come il dolore fisico, che ci avverte del pericolo. Io non lo credo, non sono d’accordo … Anche se né i bambini né i minorati mentali temono la morte, come ha notato Seneca. Che tra l’altro conclude molto bene il suo pensiero: “Ed è meschino colui cui l’intelletto non arreca la stessa serenità …”. Cioè quella dei bambini, intendeva …”. ( Milano, 1994, p. 273).
E più in là afferma:
“ L’uomo si è sempre solo difeso, dagli altri uomini e dalla natura che lo circondava. L’ ha addirittura combattuta, conquistandone sempre nuovi pezzi. Continuando a sfigurarla. Il risultato è stata la nostra civiltà, basata sulla forza, il potere, il terrore e la dipendenza. E tutto il nostro cosiddetto progresso tecnico è servito sempre e soltanto a procurarci o nuove comodità o strumenti per il mantenimento del potere. Siamo come selvaggi – usiamo il microscopio al posto del randello. No, no, i selvaggi sono molto più spirituali di noi, mi sono sbagliato! Qualsiasi conquista della scienza la rivolgiamo subito al male. Per quanto riguarda il comfort, poi, c’è stato un uomo intelligente che ha detto che tutto quello che non è indispensabile è peccato. Se è così tutta la nostra civiltà è costruita sul peccato. Siamo arrivati a una tremenda disarmonia, a uno sfasamento, cioè, tra lo sviluppo materiale e quello spirituale. La nostra cultura, meglio, la nostra civiltà è sbagliata, figlio mio. Tu mi dirai che si può studiare il problema e cercare una via d’uscita. Può darsi. Se non fosse così tardi. Troppo tardi …”. (op. cit. , pp.281-82).

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