SVBVRA, Roma

L’Archetipo del Viaggiatore: la sacra iniziazione

di Piero Priorini

Ci sono artisti e autori che non si discutono. Piuttosto si amano!

Perché quello che ci hanno regalato con la loro vita e la loro creatività è stato così intenso e così straordinario da arricchire e, a volte addirittura trasformare, la nostra stessa esistenza; o, comunque tale, che la nostra affettuosa riconoscenza non potrà mai più venire meno. Qualunque cosa essi ancora possano fare…

Così, ad esempio, acquisterei qualunque altro CD di qualunque altro concerto i Pink Floyd dovessero mai realizzare, nonostante sia passato oramai qualche decennio dai tempi di Wish you were here o di Dark side of the moon. Andrò a vedere qualunque altro film Woody Allen troverà ancora l’estro di girare, nonostante i suoi ultimi lavori siano distanti anni luce da Provaci ancora, Sam o da La rosa purpurea de Il Cairo E continuerò a leggere i nuovi libri di Isabel Allende, nonostante il fatto che la sorgente visionaria da cui scaturirono La casa degli spiriti o Eva Luna sembrerebbe essersi parzialmente prosciugata e oramai la scrittrice si rivolga ad un pubblico di adolescenti.

Ebbene, a questa ristretta e personalissima mia cerchia di autori amati e stimati – tra i quali annovero Otis Redding, Hermann Hesse, Wim Wenders, Reinhold Messner, Robert Pirsig, Bruce Chatwin, Gabriele Salvadores, Zucchero Fornaciari, Gioconda Belli, Carmen Gaite, Tiziano Terzari e pochi altri – si è aggiunto recentemente anche Giorgio Bettinelli.

Romano, quarant’anni o giù di lì, spirito inquieto, anarchico ed eretico quanto basta, ma anche profondamente onesto, leale e – cosa abbastanza rara - consapevole di se. Originale e creativo al punto che - se non ricordo male la sua storia - dopo un matrimonio andato a male e l’abbandono di un lavoro in teatro, come attore, ancora fino al 1991 trascinava la sua vita oziando alla bene e meglio nel villaggetto di Padangbai, sull’isola di Bali. Senza nemmeno sforzarsi troppo di voler dare un senso o un significato a quel suo placido oziare…

E appunto perciò, come spesso accade quando non lo si degna di nessuna attenzione, il Destino in Persona bussò alla porta della sua capanna sotto le mentite spoglie di un isolano suo conoscente. Un vicino di casa verso il quale Bettinelli si era mostrato più volte generoso e che pensò bene di sdebitarsi regalandogli un vecchio e malconcio motociclo della Piaggio: una Vespa.

Da quel lontano giorno in cui, più incuriosito che altro, Bettinelli montò sul sellino dello scooter, in pratica è come se non fosse più sceso, percorrendo (con le 4 Vespa che in seguito verranno messe a sua disposizione dalla Piaggio) più di 254.000 chilometri in dieci anni, e attraversando ogni volta centinaia di paesi.

Roma – Saigon, come primo assaggio. Poi Anchorage (Alaska) – Terra del fuoco, in Patagonia. Melbourne (Australia) – Città del Capo (Sud Africa). E infine, tanto per gradire, Ushuaia (Patagonia) – Melbourne, attraversando tutti i continenti. 254.000 chilometri, da solo, in Vespa, senza la più pallida nozione di meccanica che gli potesse permettere, all’occorrenza, di cambiare anche soltanto il filo della frizione, e con un atteggiamento  “…naif e per certi versi goliardico – scrive egli stesso di sé – che continuava a farmi riempire lo zaino di libri, musicassette e CD, e a lasciare a casa regolarmente una torcia o un coltellino multiuso; continuava, per scaramanzia, a non corredarmi di alcun kit medico se non una scatola di aspirine effervescenti e una manciata di preservativi che avrei potuto trovare ovunque, ma in compenso mi faceva trasportare in lungo e in largo una scacchiera di alabastro comprata in Indonesia qualche anno prima e una chitarra di dimensioni naturali affrancata in equilibrio precario al portapacchi posteriore della Vespa….”

Giorgio Bettinelli, In vespa da Roma a SaigonE così, in breve, viaggio dopo viaggio, oltre alla Piaggio, ecco avvicinarsi altri grandi sponsor… una rivista motociclistica gli commissiona articoli a scadenza mensile e prenota l’acquisto delle sue fotografie (che fino a quel momento Bettinelli non sapeva nemmeno cosa fossero), e la casa editrice Feltrinelli acquista i diritti e pubblica i libri nei quali egli racconterà le sue avventure.

In pratica, senza averlo mai sognato né tanto meno voluto, Giorgio Bettinelli farà del suo viaggiare un lavoro, diventando giornalista, fotografo e scrittore.

Certo… quando ci si pensa, l’intera vicenda sembra miracolosa… o come minimo fortunosa…  ma a me, che nella vita faccio il terapeuta e sono di formazione junghiana, piace piuttosto pensare che l’Archetipo del Viaggiatore, dopo anni e anni di paziente attesa, abbia finalmente trovato un’anima le cui caratteristiche gli permettessero finalmente di incarnarsi.
Quello che è certo, è che difficilmente avrebbe potuto trovare di meglio: perché, anche se di fatto esistono tanti anonimi giramondo, pochi altri hanno dimostrato un ugual spirito di adattamento, una attitudine quasi sovrannaturale per le lingue, una determinazione e un coraggio che sfiorano la stupidità o l’incoscienza, una inesauribile curiosità per il mondo e gli esseri tutti che lo popolano, uno sguardo attento e nello stesso tempo disincantato, ma sempre capace di lasciarsi stupire e commuovere. E poi, soprattutto, non so quanti altri avrebbero mai potuto vantare uno stile letterario altrettanto leggero e profondo nello stesso tempo, ironico e austero, smaliziato e innocente, come di fatto occorre per lasciare che la polarità degli opposti - propria degli archetipi - possa esprimersi.

Al primo libro “In Vespa” ne fa seguito un secondo “Brum Brum” e in entrambi il lettore è come se si trovasse seduto sul sellino posteriore dello scooter e potesse, da quella posizione, guardare il mondo che incessantemente scorre ai suoi lati. E al lettore-compagno-di-viaggio ben disposto Bettinelli presta in aggiunta il suo sguardo… che come quello di tutti gli archetipi è bipolare, rivolto cioè sia all’esterno che all’interno, contemporaneamente. Ed ecco perché, leggendo, non ci si stanca e non ci si annoia mai: alla storia dei popoli che hanno abitato una regione si sovrappone la descrizione veloce delle ultime vicende politiche, dei paesaggi naturali o delle vestigia architettoniche più leggendarie (da Arg-e-Bam a Machu Picchu, dal Taj Mahal a Great Zimbabwe) mentre le emozioni che l’autore sperimenta fluiscono libere e accompagnano le immagini come una vera e propria colonna sonora. E poi ancora gli eventi più banali del viaggio che si confondono con quelli più drammatici, mentre in sovrimpressione appaiono i volti e le storie delle persone incontrate per strada, degli amori vissuti e di quelli mancati, mentre su tutto l’autore si interroga, cerca dentro di se, fruga spietatamente e poi si perde e si assolve in una sbornia colossale. Senza soluzione di continuità la realtà esterna sfuma in quella interna, cambia, si trasforma, si sublima e racconta di noi tutti, umanità in divenire, e ci mostra per quello che siamo… creature in bilico tra il divino e il diabolico… esseri straordinari in cui miserie, meschinità e orrori incommensurabili convivono con nobiltà, generosità e altruismo altrettanto grandi.

Poi un terzo libro “Rhapsody in black”, forse un poco meno originale e brillante degli altri due, nonostante il fatto che il continente attraversato e raccontato – l’Africa – sia talmente saturo di meraviglie ed orrori e così complesso e paradossale ed estremo, che ci si sarebbe potuti aspettare qualcosina di più… o di diverso…

Ciò nonostante, in almeno tre o quattro punti  il racconto si impenna, scivola come già altre volte nelle pieghe interne dell’anima dell’autore, raccoglie esplosioni di luce e si fa canto, lirica sublime, occasione rara di autentica conoscenza. È tutto racchiuso in una manciata di pagine, sparse qua e là nel testo… ma sono pagine che valgono il libro e, forse, anche i precedenti due.

Mi sembra evidente che lo spirito eterno e ineffabile del Viaggiatore non poteva scegliere un “portatore” migliore per manifestarsi, così come più opportuno non poteva essere il momento storico in cui farlo per offrire al mondo un’ultima, estrema epifania di sé. Il Viaggio sta infatti agonizzando e presto scomparirà del tutto sotto la pressione inarrestabile e violenta del Turismo Organizzato. Pochi sembrano rendersene conto… o forse a poche persone la vicenda sembra essere così sconvolgente. Eppure il Turismo, insieme alla guerra, allo stupro sistematico del pianeta da parte dell’inquinamento industriale, e al mercato globale voluto e realizzato dai Nuovi Re Mida sarà responsabile – se le cose non dovessero cambiare - della fine di ogni originalità e differenza tra i popoli, e dell’instaurazione progressiva di modelli esistenziali tutti uguali, stereotipati, privi di colore, varietà e fantasia.

So che questa mia personale e pessimistica pre-visione potrà sembrare esagerata, ma il fatto è che pochi sembrano rammentare che una volta, e ancora fino a pochi decenni orsono, il viaggiare era considerato una delle più alte forme di conoscenza che si potessero mai perseguire. Nell’antichità era addirittura sinonimo di “iniziazione sacra”. E questo perché il viaggiatore doveva necessariamente abbandonare le persone care, gli agi, le cose più o meno superflue a cui era attaccato, tutte le proprie certezze e – in una sorta di dissolvimento forzato della personalità egoica – penetrare nell’ignoto, acquisire nuovi punti di vista ed evocare dentro di sé risorse insospettate per poter affrontare l’imprevedibilità del mondo. Come in una sorta di rituale “morte e rinascita” (che poi soltanto rituale non era), coloro che ritornavano in patria erano diversi… Altri da ciò che prima erano stati… più colti, più forti, più umili, più tolleranti, più sensibili… in definitiva più uomini.

Il Turismo Organizzato, non a caso, opera in direzione contraria: assicura ai suoi proseliti di trovare nel luogo più impervio e lontano le stesse comodità e certezze che hanno appena lasciato, la garanzia assoluta che non correranno alcun serio pericolo e che tutti i loro capricci, per quanto futili, saranno assecondati; e, infine, promette la protezione piena ed esclusiva da qualunque contatto con ciò che di “altro” o comunque diverso si agita al di là del vetro dell’acquario appositamente costruito. Ma c’è di più… perché per meravigliare e stupire l’animo anestetizzato e comatoso del turista moderno bisogna creare artificiose suggestioni di “suoni e colori”, scenografie posticce e folcloristiche che immiseriscono, anziché arricchire, chi le osserva mentre degradano e offendono coloro che le realizzano; oppure ancora offrire riassunti sintetici di cultura, imitazioni di avventura e parvenze di contatto.

Tutto è falso, piatto, snaturato, in un vortice negativo molto simile all’assuefazione da sostanze stupefacenti. Perché tutto ciò che è innaturale in fondo in fondo stanca e delude, costringendo i tours operetor ad inventarsi situazioni ancora più false, piatte e snaturate che finiranno altrettanto presto di stancare e deludere; in un circolo vizioso di cui è difficile prevedere la fine.

Ma anche i danni prodotti nel mondo sono incalcolabili: non solo per l’esportazione coatta di modelli culturali uniformi (di architettura, di moda, di cucina, di pubblicità ecc…), non solo per il confronto sproporzionato tra la nostra scintillante (anche se vuota) civiltà tecnologica e quante altre basate ancora sullo sfruttamento delle risorse naturali del territorio, ma anche e soprattutto per la distruzione radicale e assoluta di qualunque tradizione di accoglienza e ospitalità. Non poteva non accadere. A forza di sentirsi osservati dall’alto in basso, espropriati del proprio territorio, sfruttati e impoveriti in tutti i modi, era inevitabile che i popoli non moderni-occidentali volessero porre fine a questo stato di cose e finissero per prendere coscienza delle proprie ricchezze e originalità. Per sfruttarle, secondo gli insegnamenti lungimiranti del capitalismo globale.

Ed ecco allora il divieto assoluto per chiunque di visitare in autonomia il cratere di Ngorongoro o il monte Kilimangiaro, ecco le tangenti pazzesche per voler percorrere a piedi il Camino Real che dalla Valle Sagrada porta a Machu Picchu, ecco il costo esoso del biglietto per affacciarsi sulla scogliera di Capo Nord, ecco la tangente per visitare i villaggi Dogon, o per fotografare un bambino, accarezzare un lama, o anche soltanto respirare l’aria che si respira…

I più poveri e disperati l’hanno capito benissimo: quello che conta è solo il denaro di cui i turisti sono pieni e del quale vanno sistematicamente alleggeriti. Non c’è più spazio per la curiosità reciproca, per l’accoglienza e l’ospitalità. Non c’è tempo per lo sforzo necessario a penetrare la meraviglia di esistenze così lontane e dissimili, eppure così uguali. Non c’è più cuore di incontrarsi. Qualunque pseudo-giustificazione accampino gli ideologi del settore, non c’è nessuna possibilità di realizzare un “Turismo Responsabile” o un “Turismo Sostenibile”. La cruda verità è che ovunque il Turismo Organizzato arriva, l’aridità dell’anima lo segue, come una peste che tutto contamina e alla fine distrugge.

E allora ben venuto tra noi Eterno Girovago, Spirito Inquieto, Inarrestabile Nomade… che tu possa trovare mille altri “Giorgio Bettinelli” ad occasionare il tuo viaggiare e a portare conoscenza nell’animo ottuso dell’uomo contemporaneo. Che Tu possa resistere e sopravvivere all’attacco feroce che i Nuovi Orchi, organizzati in esercito intorno al Demone Denaro, stanno portando all’anima del mondo. E che, magari aiutato dal tuo saggio cugino, il Briccone Divino, tu possa alla fine sommergere di risate e di sberleffi i tuoi nemici.

il giro del mondo di Giorgio Bettinelli

 

 

 

 

 

Arrivederci Giorgio, Buona Strada…

Bon Voyage…

Good Luck…

Buena Suerte…

Piero Priorini

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